lunedì 21 aprile 2014

VIETATO FOTOGRAFARE!!! MOSTRE E DIRITTI FOTOGRAFICI


Vietato fotografare!Alcune considerazioni fatte dopo una visita alla mostra “Vetrine” su Andy Warhol presso il PAN di Napoli.


- Le dispiace mettere il tappo all’obiettivo?
- No, no che non lo metto. 

In 5 secondi ero circondato da una decina di persone tra guardie giurate, protezione civile, addetti alla sicurezza e uno sbirro in borghese che credeva non mi fossi accorto che mi piantonava come se fossi stato un criminale.
Mette a disagio una situazione del genere, visitare una mostra con 20 occhi che ti osservano non è il massimo per un evento culturale, specie se non hai autografi da fare.


Non andiamo bene ragazzi. Lo dovrei dire ai tipi che hanno organizzato la mostra e di cui non faccio il nome per non fargli pubblicità, lo dovrei dire all’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli che ha ospitato la mostra al PAN...

Nessun preavviso al divieto di fotografare
Chi organizza una mostra deve rendere chiaro fin dall’inizio sulle restrizioni per il pubblico riguardo la possibilità o meno di scattare qualche foto.
Non è carino dover fare una fila di una o due ore, entrare negli spazi espositivi e sentirsi dire, quando ormai sei dentro, che non ti puoi neanche fare un selfie con una delle opere.
Non è carino, è stupido, oltre che inutile una simile disposizione di divieto.

Il pubblico di seria B
In occasione dell’anteprima del 17 aprile, alla mostra Vetrine di Andy Warhol c’era un bel po’ di gente che, come sempre in queste occasioni, in parte non avevano nulla a che fare con l’arte. Persone che erano lì perché “invitate” ma che di Warhol sapevano al massimo che aveva “dipinto” il ritratto di Marilyn Monroe.  Quella stessa sera circolavano sui social network foto di qualsiasi genere riprese in questa occasione. Non voglio discutere della qualità della maggior parte delle social-photo che circolavano in rete, ma del fatto che nei giorni seguenti ai visitatori è stato impedito di fotografare.
Esiste un pubblico di seria A ed uno di serie B per caso?

“Lei lo sa perché mi sta chiedendo di non fare foto?”
Il tipo della sicurezza non sapeva rispondermi. “Ci hanno detto di non far toccare le opere e di non fotografare”. Gli dico allora che ricevere ordini ed eseguirli senza saperne il motivo non è cosa dignitosa per un uomo.
Questa cosa mi ricorda molto quelle torture eseguite dai militari in “missione di pace” solo perché gliel’hanno ordinato e che eseguono per non subire ripercussioni.

Catalogo, gadgets, venghino signori, venghino.
Si impedisce di realizzare qualche scatto fotografico perché c’è una stupida paura che qualcuna delle foto realizzate dal pubblico possa essere commercializzata sottraendo profitto al business della gadgetteria.
Ma voi lo immaginate un catalogo o altro gadget realizzato con immagini Instagram, riflessi sui vetri delle opere di Warhol, dominanti di colore ecc.? Qualche folle potrebbe anche realizzarlo ma a chi lo venderebbe?

La libera circolazione delle immagini contribuisce a diffondere cultura
Quello che non riesce ad entrare nella zucca di certi organizzatori di eventi, mostre d’arte e di chi gestisce i Beni Culturali, è che la diffusione delle immagini amatoriali sono il modo più diretto per pubblicizzare gli stessi eventi.
È meglio vendere qualche gadget, che di questi tempi in pochi acquistano, o incrementare l’afflusso di visitatori?
Ricordo di quando ancora non esisteva internet e vidi per la prima volta le foto di alcune case di Gaudì scattate da un amico: decisi allora di andare a Barcellona per vedere di persona quei gioielli di architettura sostenibile.
Il tam-tam fotografico sui “social” può funzionare molto di più della comunicazione tradizionale.

Le riprese dei luoghi di interesse culturale, turistico, paesaggistico e la loro messa in circolazione sui media, contribuiscono alla divulgazione di quegli stessi luoghi generando curiosità in turisti e viaggiatori che potenzialmente possono esserne fruitori attivi visitandoli.
In tempi di crisi economica bisognerebbe esserne responsabilmente consapevoli.

Diritti fotografici organizzati
La questione delle riprese fotografiche coi cosiddetti diritti di esclusiva andrebbero ripensati. A tutti i livelli. Dall’Associazione Culturale organizzatrice di eventi al museo privato al MiBACT, tutti dovrebbero facilitare la libera circolazione di fotografie attraverso concessioni a settori: fotografi professionisti, fotoamatori, dilettanti, pubblico generico.
L’ex ministro Massimo Bray stava iniziando a muoversi in questa direzione col suo programma di linee programmatiche per ibeni e le attività culturali (punto 16) ma come spesso accade, le buone cose vengono silurate a favore di pochi.
Un’apertura a un aggiornamento sulla questione, per una fruizione più democratica della cultura deve essere pretesa, per il benessere della divulgazione culturale.

Un esempio di scaglionamento sui vincoli per le riprese fotografiche in occasione di mostre potrebbero essere questi che ho scritto per il mio progetto Impossible Naples.

Andy Warhol si sta rivoltando nella tomba
E torniamo ala mostra di Andy Warhol che si sta svolgendo a Napoli.
Per chi conosce il personaggio-Warhol, il re della Popular Art, colui che fu primo ad avvicinare le masse all’arte attraverso l’iconografia consumistica, colui che l’arte la riproduceva in serie, colui che aveva con sé sempre una Polaroid e che a Napoli viene ricordato per le innumerevoli foto che scattava ai ragazzi che lo attorniavano, sa bene che gli avrebbe fatto piacere il concetto di selfie da parte del suo pubblico.

La Fondazione Andy Warhol  (The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts) nel 1987 ha acquisito tutti i diritti dell’artista dopo la sua morte. 
Tra i diritti fotografici, secondo le disposizioni della Fondazione, “nell’intenzione di incoraggiare gli studiosi a fare uso delle immagini di Warhol, impone solo una tassa nominale (nominal fee) a coloro che desiderano riprodurre opere per scopi didattici e creativi”. La tassa nominale ha un importo simbolico. Fatto sta che nel testo della licenza, non viene contemplato l’utilizzo privato delle immagini.

Non sembra che Andy Warhol abbia lui stesso dato disposizioni, prima di morire, relativamente ai diritti di riproduzione delle sue opere e se abbia considerato l’evoluzione dei tempi tanto da vedere lontano e comprendere quella che sarebbe stata la fruizione sui social network e blog delle foto ritraenti le sue opere. Secondo voi non avrebbe apprezzato la diffusione sfrenata sul web di selfie e di altre foto scattate durante le sue mostre?
Secondo me, sì. E si sarebbe anche divertito per il fatto di non aver dovuto pagare un solo dollaro con tanta pubblicità gratuita che avrebbe portato acqua al suo mulino. In fondo, più che artista, era un comunicatore, uno che era riuscito a creare un grande brand di se stesso sfruttando la stessa pubblicità, senza essere un grande pittore, senza essere uno scultore, senza essere un esperto serigrafista o un regista o fotografo.
Credo che per questi vincoli sui diritti fotografici che lo riguardano, si stia rivoltando nella tomba dal 1987.

Flashmob fotografica
Il cambiamento va preteso. I diritti si ottengono sempre con le battaglie. Un semplice cittadino deve avere il diritto culturale di potersi portare a casa un proprio ricordo fotografico da far vedere agli amici o piazzarlo su internet. Perché lo fa senza scopo di lucro o perchè fa il suo lavoro nel caso fosse un fotografo professionista che lavora con la Stampa.
Occorre scuotere chi è delegato alla gestione del diritto popolare a realizzare foto in occasione di eventi culturali.
La cultura non deve essere privatizzata per concentrare il business su pochi. Siamo in un mondo nuovo ed è bene che ci si adegui.
È inammissibile che ci siano cittadini di serie A e di serie B: perché l’amico del Sindaco ha potuto scattare e postare la foto su Facebook fattasi accanto alla serigrafia di Lucio Amelio e a chi ha visitato la mostra nei giorni successivi gli è stato impedito di scattare?

Alcuni rumors in rete fanno sapere che in prossime occasioni come questa di “Vetrine” verrà fatto un flashmob. Protagonisti alcuni fotografi di Napoli. Sarà una guerra a colpi di click!

4 commenti:

Michela Perrotta ha detto...

potresti semplicemente stare alle regole e goderti lo spettacolo invece di comportarti come i fancazzisti da inaugurazione. Sono per quelli che vietano le foto, perchè sono dei disturbatori nonché ladri di immagini. e Warhol invece i rivoltarsi nella tomba secondo me starà pensando che non hai speso neanche una parola sulla mostra e le opere esposte. In più, invece di offendere il povero guardiasala, il cui lavoro è quello di far rispettare le regole dello spazio, qualunque esse siano, avresti potuto spegnere la macchina e andar via se la tua unica intenzione era quella di farti un selfie!

ziomarco (Marco Maraviglia) ha detto...

Sarebbe bello se si imparasse a discutere argomentando e senza uscire fuori tema.

IlSilenzio ha detto...

Sinceramente credo che bisogna capire bene di cosa si vuole parlare. Se l'argomento principale fosse il divieto di fotografare allora si potrebbe discutere per ore passando dagli argomenti più futili a quelli più platonici senza fare una minima distinzione e creando una grande "accozzaglia", ma, dal mio modesto punto di vista, credo che sia più importante parlare dell'atto in sé di fotografare o meno delle opere d'arte esposte in una mostra.
E' un concetto un po' troppo complesso da spiegare su internet senza risultare ripetitivi o banali e rendendo le parole miseri simboli di comunicazione, ma cercherò lo stesso di esprimere al meglio il mio parere.
Nel momento in cui ci troviamo di fronte un'opera d'arte come La Gioconda (o anche un qualsiasi altro quadro che ai nostri occhi appare come tale) il nostro principale pensiero non dovrebbe essere assolutamente quello di voler fotografare l'opera, ma dovrebbe essere quello di capire se per noi quel quadro rappresenti davvero un'opera.
E poi, se la fotografia racchiude attimi di vita in pochi scatti, allora fotografare un quadro non sarebbe altro che fotografare una foto stessa. Quello che noi facciamo con le nostre "macchinette", gli artisti di altri tempi sono riusciti a crearlo con le proprie mani in preda all'ispirazione tanto agognata.
Permettendomi una similitudine, paragonerei il quadro ad una poesia e la fotografia del quadro alla spiegazione del componimento. Quando leggo una poesia questa suscita in me determinate sensazioni che io cerco di definire tramite la continua rilettura del componimento, non leggo la spiegazione perché ciò vorrebbe dire che la poesia in me non ha suscitato nulla e di conseguenza non dovrei ritenerla tale, ecco, lo stesso direi della fotografia e del quadro, invece di perdere tempo a fotografare l'opera per poterla rivedere a casa(nonostante, oggi, sia possibile cercarla in internet e apprezzarla), mi fermerei ad osservarla magari parecchi attimi, secondi, minuti.
Grazie per l'attenzione e per il vostro tempo, spero di aver reso l'idea e se, nel caso, così non fosse mi scuso con il/i lettore/i.

IlSilenzio ha detto...
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