giovedì 3 giugno 2021

MATTATOI: mostra di Pino Dal Gal e Mario Giacomelli a cura di Simona Guerra

MATTATOI

| Pino Dal Gal | Mario Giacomelli |

Dal dal 27 giugno al 27 luglio 2021 presso lo Spazio Piktart a Senigallia la mostra fotografica a cura di Simona Guerra che fa riflettere sullo stato dei luoghi degli allevamenti intensivi.

Simona Guerra, curatrice della mostra, presenterà in anteprima online la Mostra fotografica

17 giugno 2021 ore 19.30 su Zoom

Per partecipare alla diretta online inviare mail a associazione@photopolis.org scrivendo nell'oggetto "Mattatoi" e specificando nome, cognome e nome account Zoom.

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Mattatoi Pino Dal Gal e mario Giaomelli
© Pino Dal Gal / Chicken story (per Matttatoi)

 In una scena del film Prima della pioggia di Milčo Mančevski, la picture editor di un’agenzia fotografica osserva raccapriccianti foto di guerra e, disgustata, si appresta in bagno per vomitare.

Per Simona Guerra, ideare e curare la mostra Mattatoi, con le immagini di Pino Dal Gal e Mario Giacomelli, è stata una altrettanta sofferenza morale che, però, l’ha portata a voler sensibilizzare, attraverso questa mostra, il problema degli allevamenti intensivi.
La comunicazione in tal senso è molto blanda se non addirittura farcita di censura. Perché tocca gli interessi economici di una certa filiera di carni e suoi derivati: quella degli allevamenti intensivi.

Nel 1970 venivano allevati circa 10miliardi di polli, tacchini, conigli e nel 2018 si è arrivati a 85miliardi. L’85% da allevamenti intensivi (v. doc di Presa Diretta). In soli quaranta giorni, animali cresciuti con sistemi artificiosi e coatti, per accelerarne la loro crescita, sono pronti per essere macellati e mangiati.

Gli allevamenti intensivi sono quella roba dove convivono in media 15 polli per metro quadrato. Dove gli animali sono ammassati tra loro in condizioni igieniche pessime e quelli ammalati o moribondi restano per giorni a stretto contatto con gli altri che invece possono farcela perché imbottiti di antibiotici.

Mario Giacomelli per Mattatoi a cura di Simona Guerra
© Mario Giacomelli per Mattatoi

 Un processo di “industrializzazione” che non ha rispetto del dolore degli animali, spesso maltrattati e lasciati morire in lunghi processi di agonia. Tutto video-documentato da dipendenti-dissidenti di questo genere di allevamenti e da ispettori della LAV che si presentano a sorpresa.
Perché negli ultimi tempi sono diventati luoghi sempre più off limits per i fotografi proprio per non inficiare sull’immagine (e sul profitto) di certe aziende.

In questa mostra le immagini di Pino Dal Gal e Mario Giacomelli dialogano in parallelo e la loro distanza temporale è solo di quindici anni. Con qualche “progresso tecnologico”che si evince nelle foto a colori del 1976 di Dal Gal (Chicken story): le macchine sostituiscono il lavoro sporco che era eseguito a mano dall’uomo infondendo un finto senso etico.
La serie in bianconero Mattatoio di Giacomelli, esposta integralmente per la prima volta, risale al 1961.

E c’è dell’altro…
Animali trattati come prodotto e non come bisogno consapevole per l’alimentazione.
Parlando con Simona Guerra emergono parallelismi con quelli che erano i campi di concentramento nazisti o i manicomi. Orrori che non si dovrebbero più ripetere ma che in realtà continuano ad esistere come le carceri sovraffollate. E purtroppo abbiamo anche altro genere di mattatoi: le masse inglobate nei social i cui individui sono (siamo) in realtà prodotti per vendere pubblicità. Miliardi di dati personali sfruttati in maniera intensiva per vendere. Milioni di utenti della rete che fanno parte di un campo di concentramento digitale.

Tornando agli animali allevati intensivamente, c’è tutto un mondo che queste immagini mostrano e che non vedremo probabilmente mai sui giornali ma solo sui siti animalisti che qualcuno definisce fanatici.
Non si tratta di fanatismo o di diventare vegani ma, semplicemente, di adattarsi a un’alimentazione più consapevole preferendo carni e suoi derivati di aziende sostenibili.

Giusto per non sentirsi rimbombare nella mente urla strazianti quando addentiamo una bistecca.



MATTATOI
Pino Dal Gal e Mario Giacomelli
A cura di Simona Guerra
dal 27 giugno al 27 luglio 2021
Spazio Piktart
Via Mamiani 14,

Senigallia - Regione Marche

info: www.pikta.it/piktart
da Martedì a Domenica ore 18,00 - 20,00
solo su prenotazione chiamando il numero 338.8048294

Ingresso libero


domenica 21 marzo 2021

Voglio proprio vedere… quale dei sei fotografi si sarebbe incazzato con queste interviste postume

Voglio proprio vedere. L’ultimo libro di Michele Smargiassi che rivela pensieri non detti ma forse pensati di sei fotografi famosi.

Nadar, Eugène Atget, Tina Modotti, Robert Capa, Vivian Maier, W. Eugene Smith intervistati da Michele Smargiassi in interviste impossibili ma plausibili.

Un libro che sembra un film e che divulga aspetti insoliti di sei grandi maestri della fotografia. 

 

Dite la verità, non vi piacerebbe poter incontrare un vostro caro che non c’è più, lì dove avete trascorso un momento felice della vostra vita e parlargli?
Avete mai provato a fare una seduta spiritica e portare voi stessi il piattino sulle lettere per darvi le risposte che volevate da un vostro antenato?
O avere magari in casa una olografia del vostro amico peloso che non c’è più per farvi qualche coccola a vicenda?

Bene, Michele Smargiassi, giornalista, scrittore e critico fotografico per La Repubblica, ci è riuscito.
Gli è bastato entrare nella sua macchina tempo-mentale per catapultarsi nel secolo scorso ed intervistare sei grandi fotografi: Nadar, Eugène Atget, Tina Modotti, Robert Capa, Vivian Maier e W. Eugene Smith.

Interviste realizzate con quella curiosità che lo contraddistingue, incalzanti ma con educazione, presentandosi in punta di piedi, con discrezione, alle proprie prede. Ottenendo dichiarazioni mai avute o forse sì, ma con approfondimenti di dettagli storici, tecnici e, innanzitutto, psicologici di alcuni di questi fotografi.

Voglio proprio vedere sembra una vera e propria sceneggiatura di un film in sei episodi. Dove Smargiassi con occhiali e pizzetto, camicia a quadri e polacchine, passa dall’800 al ‘900 e capita nel luogo giusto come se già sapesse dove andare a cercare i suoi amici che però non conoscono lui.
Amici, i foto-star, che quando gli sentono dire che viene dal secolo successivo, non battono ciglio. Quasi come se fossero più picchiatelli di lui accettando la situazione anacronistica dell’intervista postuma.

Interviste che non possono non piacere a chi ama aneddoti, curiosità, fattarelli e l’aspetto psicologico ed umano delle persone. A prescindere se siano fotografi o le commesse di un supermercato.
Qui non troverete pettegolezzi ma, grazie al lavoro introspettivo delle domande di Smargiassi, i fotografi intervistati non sempre hanno saputo nascondere i loro dolori, le loro crisi psicologiche e creative.

Robert Capa pur essendo stato definito il più grande fotografo di guerra, si scopre che la detestava e che preferiva fotografare i VIP, gli attori e che il suo nome d’arte fu studiato a tavolino per una questione di marketing. Faceva più effetto.

Un W. Eugene Smith strafatto da anfetamine che registra e cataloga bobine magnetiche di suoni e voci nel suo loft senza quasi sapere perché e che fa riflettere su qualcosa di cui pochi fotografi oggi si interessano: la giusta impaginazione dei servizi fotografici e l’editing delle foto come se fossero appunti di un taccuino da sviluppare.

Una riservatissima Vivian Maier di cui nemmeno lei sembra sapere perché si ostina a fotografare e che, tanto che è riservata, sugli scaffali sistema i libri con il dorso verso il muro perché nessuno sappia cosa legge.
Ma c’è tanto altro.

Nelle interviste il lettore vi si immerge come se stesse accanto a Michele Smargiassi mentre incalza Tina Modotti a riprendere ad essere fotografa o come se fosse anche lui a tirare una fune per tener ferma la mongolfiera di Nadar.

Qualcuno gli dà del lei, qualcuno il tu e i dialoghi sono adattati, calzano a seconda delle personalità dei fotografi.

Voglio proprio vedere è un modo per (far) raccontare storie di fotografia, storie che si imprimono più facilmente nella memoria proprio perché provengono dalla voce lontana dei protagonisti. Cose non dette da loro ma plausibili. Perché Michele Smargiassi è uno scrigno di conoscenze della storia di questi maestri della fotografia ed immagina che quelle potrebbero essere veramente parole da loro pronunciate. Perché non è uno che scrive restando alla scrivania ma viaggia, incontra, chiede, arricchisce il suo patrimonio della conoscenza spulciando anche in vecchie librerie ponendosi domande. Per poi porle ai diretti interessati. Anche entrando nella sua macchina tempo-mentale se questi sono lontani un centinaio di anni.

In Voglio proprio vedere qualche domanda ha qualche risposta che potrebbe sembrare non vera. Ma in fondo la fotografia non è verità, forse realtà. E alla domanda a W. Eugene Smith <<Per cosa sta quella W. Davanti al suo nome?>>, il fotografo gli risponde <<Sta per Wonderful, che altro?>> facendoti pensare che potrebbe essere vero. Ma anche no.

Wonderful… un libro veramente meraviglioso.



Voglio proprio vedere

Di Michele Smargiassi
Edizioni Contrasto
24,90 euro
155pgg; 36 fotografie 

 

NOTE TECNICHE DEL LIBRO:

Prima di ogni intervista in font graziato, vi è una breve descrizione biografica del fotografo intervistato
con testo in san serif.
I margini interni sono ampi dando facile leggibilità di lettura.
Rilegatura a filo refe.
Copertina rigida.
Dorso in tela.